Viaggio ad Haiti. Il fascino noir dell’hotel Oloffson a Port-au-Prince

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Il mio viaggio ad Haiti risale al 2003. Negli ultimi anni l’avvicendarsi di episodi tragici hanno ridotto la popolazione in condizioni di estremo disagio. Ragion per cui questo è un racconto “sottovoce” di una breve vacanza fuori programma, che porto dentro di me come una delle esperienze più belle e suggestive che abbia mai fatto.

Viaggio ad Haiti. Il fascino noir dell’hotel Oloffson a Port-au-Prince

Si può paragonare un ricordo ad un contenitore di cose preziose? Come ad una scatola che tieni chiusa a chiave, perché contiene quello a cui tieni di più?

Miami, ultimi giorni di dicembre. Sole, mare, locali fantastici, scorci celebri di scene da film e telefilm, la spiaggia di Baywatch, l’eccessività dell’America. Iniziamo il nuovo anno tra champagne e tuffi in piscina, saltando da un locale all’altro, in assoluto delirio da festeggiamento.

Poi il fuori programma: due del nostro gruppo per lavoro vendono oggetti di arte etnica e ci parlano di Haiti. Hanno intenzione di andare a trascorrere qualche giorno lì per fare acquisti.
…Haiti? Che bello… ma… perché non andiamo tutti insieme?

Ecco, così iniziò il nostro viaggio ad Haiti: una breve sosta in agenzia di viaggi, poi il volo, e in poche ore eravamo li.

Cosa dire del primo impatto? Port-au-Prince assomigliava ad una cartolina strappata.

Bimbi che giocavano tra cumuli di macerie, un’afa irrespirabile per l’inquinamento, ovunque desolazione e distruzione a cui eravamo preparati solo parzialmente. Il taxi ci porta al nostro hotel, un edificio in stile girgerbread, ovvero vittoriano rivisitato alla maniera caraibica, tutto bianco e immerso nella natura tropicale.
L’Oloffson è il palazzo ottocentesco più affascinante che abbia mai visto, di una bellezza irreale e di una eleganza stoica, a tratti inquietante.
La donna che ci viene incontro mi fa anche lei uno strano effetto. Creola, anziana, ricordava vagamente Mami di Via col Vento, ma nella versione inacidita. Ci accoglie senza sorridere, e il suo sguardo di disapprovazione si posa sui miei shorts e sulla canotta scollata, facendomi sentire immediatamente fuori posto.

Tutte le stanze dell’hotel sono intitolate a personaggi famosi ospitati in passato.
Le targhe affisse sulle porte mi parlano di tempi felici, di turismo d’élite, di scrittori, musicisti e attori che accorrevano a Port-au-Prince fermandosi a dormire in questo iconico e appariscente hotel dalle reminiscenze gotiche. Più tardi apprenderò che nel corso degli anni 70/80 l’hotel aveva goduto di un periodo di fama e fortuna. Celebrità come Jackie Onassis e Mick Jagger divennero clienti abituali, e si prese a indicare i nomi degli ospiti famosi sulle porte delle stanze che avevano preferito.

viaggio ad Haiti, hotel Oloffson in Port-au-Prince

viaggio ad Haiti: hotel Oloffson in Port-au-Prince

L’Oloffson fu scelto da Graham Greene per ambientare il romanzo I commedianti e fu preso come modello per il palazzo di famiglia della Addams Family. Tutti gli artisti tornavano sempre all’Oloffson. Molti restavano a lungo, come se fosse per loro una seconda casa.
Poi, dopo l’instabilità politica degli anni ’80 i jet-setter furono rapidamente sostituiti dai corrispondenti di guerra. Quando la stampa internazionale poi si precipitò a immortalare l’orrore del terremoto che ha colpito Haiti nel 2010, l’hotel tornò ad essere affollato come lo era stato in passato, ma la maggior parte di quegli ospiti non vedeva l’ora di andarsene. L’albergo era solo un alloggio sicuro nel centro della città.

L’Oloffson durante il mio breve viaggio ad Haiti era nonostante tutto ancora un’isola felice. Non dimenticherò mai la prima mattina trascorsa in hotel. Avevo dormito pochissimo, gli sguardi di rimprovero ricevuti la sera prima mi avevano messo un po’ in agitazione. Dormivo sola, e la finestra della camera senza oscuranti mi faceva sentire esposta agli sguardi di chi passava sul ballatoio. Inoltre sulla parete davanti al mio letto c’era un quadro, sorprendente per la sua bellezza, di una Madonna haitiana col bambino, che nella tenue luce filtrata dall’esterno era riuscita a tenermi ipnotizzata per quasi tutta la notte. L’arte di Haiti!

Viaggio ad Haiti. Hotel Oloffson, Port-au-Prince

Viaggio ad Haiti. Hotel Oloffson, Port-au-Prince

Il giorno dopo potei vedere bene tutto. Qualsiasi dettaglio era degno di nota. Dall’artigianato quasi interamente dedicato ai simboli del voodoo, vera e propria religione riconosciuta, alle immagini sacre, lavorate con coloratissimi frammenti cristallini. Decori preziosi creati da materiali semplici e poveri formavano arazzi e maschere stupefacenti, opere che solo un vero artista sa far nascere dal nulla.
Tutte queste meraviglie erano in forte contrasto con il candore della struttura, bianca all’esterno, nera nell’anima.

Frotte di bimbi ci tenevano d’occhio costantemente. Si arrampicavano sui muri di recinzione, e facendo capolino, con dei grandi sorrisi ci chiedevano soldi, in uno strano linguaggio “creolo” che mixava francese e spagnolo.

Viaggio ad Haiti, Hotel Oloffson Port-au-Prince

Viaggio ad Haiti, Hotel Oloffson, Port-au-Prince

Decidemmo di uscire per girare la città. La prima tappa fu le marché en fer, cuore pulsante di Haiti. Tra detriti, macerie e cibo esposto direttamente sui banchi, feci un’altra triste scoperta: ad Haiti il bene più prezioso, costoso e quasi introvabile era l’acqua potabile.

Con la incessante compagnia dei bambini attaccati ai nostri vestiti facemmo un giro rapido del mercato, che al centro era una vera e propria galleria d’arte. Nel labirinto di lamiere, usate come divisorio tra un box e l’altro, distratta dalla bellezza delle opere ad un certo punto mi trovai da sola. Per un breve lasso di tempo che mi sembrò un’eternità il mio gruppo sembrò svanito, e non esistevano cellulari funzionanti. Iniziai a vagare cercando l’uscita, tra un box e l’altro, in una bailamme di occhi che mi fissavano e di mani che chiedevano. Poi tutto mi si amplificò: gli sguardi, i sorrisi, le lamiere, i detriti, i polli urlanti tenuti a testa in giù come mazzi di fiori da essiccare, la povertà assoluta unita al caleidoscopio di colori forti.

L’intensità di quel popolo mi era entrata nell’anima.

Rientrata in hotel feci nuove conoscenze, e mi resi conto sempre più di quanto quel luogo fosse un importante centro culturale ad Haiti. Tutte le personalità residenti e straniere presenti a Port-au-Prince passavano e passano di lì, anche solo per bere qualcosa, e non mancavano mai di scambiare quattro chiacchiere con l’esponente di un’altra importante realtà haitiana: Richard A. Morse, attuale gestore dell’hotel Oloffson e fondatore del gruppo folcloristico chiamato R.A.M.

Viaggio ad Haiti, esibizione del gruppo RAM. Foto via foursquare

Viaggio ad Haiti, esibizione del gruppo RAM. Foto via foursquare

Morse e il suo gruppo si esibiscono tutti i giovedì, dando vita a vere e proprie serate di baldoria all’interno dell’albergo. La sua musica ha sempre condannato i regimi che si sono succeduti negli anni, nonostante le minacce e i tentativi di rapimento subiti. Lo stile musicale combina ritmi vudù con il rock and roll, ma include anche elementi di altre tradizioni musicali haitiane e caraibiche. I testi sono formulati in un mix di inglese, creolo e francese.

la cattedrale di Port-au-Prince, Haiti, prima del terremoto del 2010, foto di ozoutback

la cattedrale di Port-au-Prince, Haiti, prima del terremoto del 2010. foto di ozoutback via google

Il 12 gennaio 2010, un violento terremoto ha colpito Port-au-Prince. Gli effetti sono stati catastrofici: il bilancio delle vittime è stato di ben oltre 150.000 nella sola città. La maggior parte della zona storica è stata distrutta, compresa la Cattedrale di Haiti, il Parlamento, il Palazzo di Giustizia, diversi edifici ministeriali e un ospedale. Anche il porto e l’aeroporto sono stati entrambi danneggiati, e la ricostruzione è ancora in corso.

[continua…]